lunedì 17 marzo 2014

Nola (e la sua politica) e le nuove regole del marketing, PR e comunicazione



Per chi ama il mondo della comunicazione, del marketing e delle public relations il 2008 ha segnato uno spartiacque. La campagna per le presidenziali di Obama rappresenta infatti un case study importantissimo per tutta una serie di implicazioni successive che, di fatto, hanno rivoluzionato il modo della comunicazione politica. In Italia (paese dobbiamo dire sempre all’avanguardia) la potenzialità delle nuove regole del marketing  non è stato praticamente colto dalla politica. O almeno dalla gran parte di questa. Gli unici a sfruttare queste conoscenze sono stati Beppe Grillo (e il Movimento 5 Stelle) e la Casaleggio Associati. E ancora una volta i risultati sono stati sotto gli occhi di tutti. Alle politiche i principali partiti hanno preso una mazzata storica (che ancora si stanno leccando le ferite). Il Pd con Renzi si è subito rimboccato le maniche e ha cominciato ad aggiornarsi. Basta pensare che come responsabile della comunicazione del Pd è stato nominato il napoletano Francesco Nicodemo, poco più che 30enne, “politico di professione” ma anche blogger (e non certo “classico giornalista”) e soprattutto personaggio che padroneggia il mondo del web e della comunicazione davvero niente male (soprattutto per uno laureato cum laude in lettere classiche). Forza Italia invece resta ancora indietro da questo punto di vista. Forse perché troppo legata a certi schemi Berlusconicentrici (anche dal punto di vista della comunicazione) o perché sta sottovalutando la potenzialità dei new media e della rete.

Non sto comunque qui ad approfondire un discorso (si potrebbero scrivere fior di trattati sull’argomento) ma preferisco affrontare l’impatto che queste nuove regole possono avere (e forse già stanno avendo) in merito alla campagna elettorale della mia città: Nola.

Ad un primo impatto si può riassumere la situazione nolana in un'unica parola: stamm 'nguaiat. Ma proprio assai. La maggior parte dei futuri candidati basano la loro campagna elettorale su rapporti clientelari. (Ma non è affatto questo il punto. La clientela fa parte della nostra storia politica… a partire pensate un po’ da Cicerone, ma anche prima. E in questo caso non sta a me giudicare). In pochi cercano di muoversi sfruttando la rete, il web, i social media etc etc. Non ho menzionato i blog perché, tranne un una serie di marchettifici, ritengo che nella rete non esistano blog che fanno informazione in maniera seria (con l’unica, ma piccola, eccezione de La Voce del Nolano, anche se ultimamente pare abbia scelto anche “lui”  di “seguire la corrente”). Posso comprendere che la maggior parte dei politici non abbiamo le capacità e le competenze per muoversi e aggiornarsi in un mondo che viaggia alla velocità della fibra ottica. E posso anche comprendere che la maggior parte dei politici veda la rete e il web solamente come un problema.

Quella che potrebbe essere considerata una ricchezza (e soprattutto una fonte di elettori niente male) viene guardata sempre con un certo  disprezzo. Perché? Semplice. Perché in rete è molto più difficile mentire. L’onestà (e la chiarezza) è regola base delle nuove regole del marketing. Se menti e se ne accorgono le grandi potenzialità della rete ti si ritorcono contro. Altro problema riguarda l’autoreferenzialità. Problema che vien fuori soprattutto sui social media. I politici che hanno un profilo sono pochi. E tutti (c’è un eccezione che conferma ahimè la regola) si “automarchettano”. Sono bello, sono fico, guardate che ho fatto qua, guardate che ho fatto la. Ma la cosa più interessante è che con la loro autoreferenzialità confermano (e molto spesso aumentano) il distacco dalla vita reale e, di conseguenza, da parte dei potenziali elettori. In molti casi addirittura cancellano dai loro profili i commenti negativi (oh my god!!!). In altri, dopo anni di silenzio, pretendono a due mesi dalle elezioni, di cominciare a rapportarsi con la rete e i cittadini senza però riuscirci (e apparando solo una serie di figure di merda). Altra cosa che ho notato e il fare aggressivo dei loro “cani da guardia”. Basta avere un’idea diversa che subito ti ringhiano contro, basta esporre o criticare che prontamente ce li hai col fiato sul collo. Cazzo, io dico. E meno male che siete esperti di social media e comunicazione (o almeno dovreste). Qua stiamo proprio all’abc. Non ti dico poi i pavoneggiamenti per un articolo sul giornale (che nel 72% delle volte è vera e propria marchetta). Che poi è pure normale, considerato che il principale corrispondete dell’area nolana per “Il Mattino” non si vede mai (ma proprio mai) a una conferenza stampa, o ad un evento pubblico. Eppure il giorno dopo (ma a volte anche due), pluffete, esce la sua march… articolo sul quotidiano. Comunque non voglio dilungarmi troppo. E prima di chiudere, affronto il caso dell’Assessorato dei Beni Culturali (attenzione, non sono destroso – tutt’altro - ma è innegabile che ha lavorato, e continua a farlo, davvero bene, almeno per quanto riguarda la comunicazione). Il suo profilo social è oramai un punto di riferimento per il mondo nolano della rete. Anche se inizialmente ha cancellato qualche post critico (Cinzia e Francesco non si fa quasi mai, attenzione), ha poi compreso le potenzialità dello strumento social, rispondendo con educazione e garbo (e vi giuro a volte ci sono stati post da schiaffi non solo virtuali) tanto che a un certo punto gli sono cominciate ad arrivare richieste pure in materie non competenti ai Beni Culturali. Anche il profilo dell’Assessorato molto, molto spesso si “autorefenzializza” (promuove le sue iniziative) ma ciò, rispetto ad altri, viene accettato perché l’Assessorato si adopera (e si è adoperato) per risolvere nel concreto i problemi dei potenziali elettori. Ma soprattutto, appare al popolo delle rete e del web per quello che è: ci mette la faccia (e piglia pure gli schiaffi – e in alcuni casi “na’ serie e paccheri niente male”… eh eh eh), si confronta e risponde quasi a tutti con grandissima onestà e senza mentire (almeno finora non ci sono lamentele in merito). Un lavoro ben fatto che spesso viene “condiviso” (nel senso faisbukkiano del termine) da altri politici che vogliono salire sul carro del webvincitore. Invece di pensare a rimboccarsi le maniche e a comunicare davvero. Anche qui state sgamati. La rete e il web scopre quasi sempre il pezzotto.



Linko di seguito un articolo interessante anche se un po’ datato sull’incredibile ritardo dei partiti di destra nelle politiche del web marketing: Centro destra e social network. Gaffe e autogol 


mercoledì 12 marzo 2014

Nola e la “piaga” dei marciapiedi: la luce in fondo al tunnel



*ATTENZIONE. Questo post è a contenuto altamente ironico. Con esso non ho voluto offendere nessuno ma solo evidenziare (forse in maniera forzata ma non sta  me giudicare) uno dei tanti lati tragicomici della realtà che vivo ogni giorno

Via Abate Minichini senza marciapiede
Sono davvero tanti i problemi che attanagliano la città di Nola. Il più grave di questi riguarda (o forse dovrei scrivere riguardava, non so) innanzitutto i marciapiedi. Troppo piccoli in alcune zone della città, in altre addirittura assenti. Ogni giorno noi poveri cittadini siamo costretti a fare i conti con questo annoso problema. Negozi in centro che chiudono causa assenze di marciapiedi, l’unico impianto calcistico cittadino chiuso al pubblico per assenza di marciapiedi. Sembra (da studi dell’Università Federico II di Napoli) che l’altissimo livello di disoccupazione giovanile nell’area nolana sia dovuta alla scarsità o inadeguatezza dei marciapiedi. Un’indagine della procura ha anche evidenziato che gran parte delle colpa dei fatti avvenuti durante la festa dei gigli del 2012 siano da attribuire al pessimo stato in cui versano i marciapiedi nolani. E pare che addirittura le condizioni in cui versa il manto stradale urbano abbia un unico e principale colpevole: il marciapiede. La cosa più grave è che alcuni esperti e studiosi ritengono che “il problema marciapiedi” abbia avuto la sua parte nell’inquinamento del nostro territorio (che ha portato ad un aumento esponenziale dei tumori nella nostra area): esistono rapporti del sisde (secretati) in merito a tutto questo. Un problema ultimamente preso a cuore anche dal Movimento 5 stelle che tuona: cittadini, a via Abate Minichini, in parte senza marciapiede,corriamo tutti serissimi rischi (prima o poi ci scappa il morto). Negli anni passati è nata addirittura un’associazione in città, “Gli amici del marciapiede” appunto, proprio in conseguenza dell’annoso e gravissimo problema che veramente diffama Nola agli occhi del mondo. Il pessimo stato dei marciapiedi nolani ci impedisce di vivere, ci fa nemici famiglie contro famiglie … (cit.)

Ultimamente l’amministrazione comunale ha deciso di rimboccarsi le maniche e lavorare. Con un grandissimo sforzo finanziario (che poi i soldi pubblici so' i sordi nostri, che - chi più chi meno - paghiamo le tasse) sta rifacendo e adeguando i marciapiedi in alcune zone della città. E i miglioramenti si vedono dappertutto. Gli effetti positivi di tale “politica del fare” si toccano con mano. I negozianti del centro infatti stanno cominciando a piazzare bancarelle (rigorosamente abusive e quindi a costo quasi zero e soprattutto con guadagni esantasse – affitti zero, scontrini zero e tasse zero) sui larghi e spaziosi marciapiede. Anche la viabilità ne sta guadagnando: molti approfittano dei nuovi marciapiedi per parcheggiare la propria auto, lasciando così libere le carreggiate. E, udite udite, pare che da domenica prossima la squadra cittadina dello Sporting Nola giocherà su un marciapiede di via Circumvallazione (finalmente per la prima volta in stagione con presenza di pubblico). Ma sono ancora inimmaginabili gli effetti positivi di tale politica, tanto che, sono sicuro, i nostri figli ringrazieranno nei secoli l’attuale amministrazione comunale: prima nella millenaria storia di Nola ad aver affrontato il problema “marciapiedi”…

PS: Anche per questo sono critico verso la sinistra nolana. Ma come, mentre pensate a perdere tempo con le primarie, l’amministrazione attuale lavora (e con successo, i fatti sono sotto gli occhi di tutti) a risolvere concretamente i problemi della città… Insomma, sempre i soliti comunisti….

sabato 8 marzo 2014

Festa della donna: perché l’8 marzo? (tra mito e realtà)



Se chiedi a una donna perché è stato scelto l’8 marzo come data per la loro festa, questa quasi certamente ti risponderà: perché quel giorno (di un non meglio precisato anno) ci fu un incendio in una fabbrica dove morirono centinaia di donne. Niente di più falso. Trattasi di leggenda alimentata nel corso degli anni (e special modo in Italia) da media e giornali poco informati. L’incendio della fabbrica ci fu (e non l’8 marzo) e nel rogo non morirono solo donne ma anche tanti uomini. Allora perché l’8 marzo?

LA LEGGENDA. Molti credono che l’8 marzo (l’anno spesso varia, si va dal 1908- ipotesi più gettonata - al 1911) a New York ci fa un incendio in una fabbrica dove perirono un centinaio di donne (anche sui numeri c’è molta differenza tra le varie versioni di questa storia). Stando alla “leggenda”,  la fabbrica in questione era la Cotton e operava nel settore tessile (evviva la fantasia) e vi lavoravano solo donne. Il proprietario era un certo signor Jhonson (a questo punto perché non scegliere Smith).. Sulla morte delle operaie circolano differenti versioni (io ne ho trovato solo due). La prima, e meno fantasiosa, parla di un incendio dovuto a cause fortuite e dell’impossibilità delle operaie di salvarsi perché segregate in locali angusti. Un'altra versione invece parla di un precedente sciopero delle operaie (che chiedevano migliori condizioni lavorative) e che per questo furono chiuse con una scusa dal fantomatico signor Jhonson che dette fuoco alla fabbrica (anche se esiste un’altra versione che conferma la chiusura dall’esterno del proprietario ma parla di incendio non doloso). L’evento risulta storicamente infondato. Non ci sono fonti (giornali dell’epoca o quant’altro) che menzionino in questa data un episodio del genere.

IN REALTA’... Tutta questa montatura nasce comunque da un fatto realmente avvenuto. Il 25 marzo del 1911 a New York ci fu realmente un incendio di una fabbrica (la Triangle) dove morirono 146 operai (maschi e femmine, per lo più immigrati europei tra cui numerosi italiani). 

LE DATE DEGLI ESORDI. La “festa della donna” (giornata della donna) cominciò a essere celebrata nei primi anni del secolo scorso (sull’onda dei primi movimenti femminili e delle suffragette). Negli Stati Uniti la “prima” andò in scena il 23 febbraio del 1908. In Europa bisogna aspettare ancora qualche anno (per l’esattezza 3). Nel 1911 infatti l’Internazionale delle donne socialiste indica come data per celebrare la giornata internazionale delle donne il 19 marzo.  

COMPAGNE DAI CAMPI E DALLE OFFICINE. Come si è poi arrivate alla definitiva scelta dell’8 marzo? Dal 1911 bisogna fare un piccolo balzo in avanti e arrivando al 1917. Dove? In Russia, agli albori della gloriosa rivoluzione. L’8 marzo del 1917 infatti le donne di Mosca diedero vita a una manifestazione che chiedeva la fine della guerra (la prima guerra mondiale). L’esercito dello czar fece poco o nulla per reprimere la “spontanea” rivolta e, stando a una gran parte della storiografia comunista, questo episodio fu l’inizio di quella escalation di fatti che portò alla caduta dello czar e alla successiva nascita della repubblica sovietica. Fu però solo in seguito che questa data venne scelta per la “festa della donna”. Il 14 giugno del 1921 infatti, prima dell’apertura della terza internazionale comunista, durante i lavori della II conferenza internazionale delle donne comuniste a Mosca fu scelta proprio quella data, l’8 marzo appunto, come Giornata Internazionale dell’Operaia.



mercoledì 5 marzo 2014

L’Oscar ai tempi di feisbùk



Davvero incredibile cosa ha scatenato sui social media l’Oscar come miglior film straniero a La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino. Tre giorni di delirio social. Si è detto tutto e il contrario di tutto. Tre giorni in cui gli italiani sono diventati un popolo di cineasti e critici cinematografici.
Ripercorriamo le tappe salienti di questa follia collettiva.

L’ATTESA. Domenica sera è già partito il countdown. A botta di “dai che ce la fa” e “forza Paolo Sorrentino”. Con gente che ha fatto la nottata in attesa di veder premiato con la statuetta dorata il film italiano. La “grande bellezza” è stata che molti di coloro i quali seguivano in trepidante attesa manco lo avevano visto il film e, peggio ancora, ne conoscevano l’esistenza fino a pochi mesi prima.

ARRIVA L’OSCAR 1 (VIVA L’ITALIA). Lunedì mattina è stato un continuo scoppiettare di post entusiasti. In tanti si sono sentiti fieri di essere italiani. Come quando si vincono i mondiali. Tutti a gridare (virtualmente) viva l’Italia. Per una mattina paese di santi,poeti, navigatori e… registi.

ARRIVA L’OSCAR 2 (VIVA NAPOLI E MARADONA). Se tutti ci siamo sentiti fieri di essere italiani, i meridionali hanno ancora una volta tirato fuori l’orgoglio terronista. Sorrentino e Servillo, figli veraci di Napoli e del Sud, tengono alto il nome del meridione d’Italia. Il post più gettonato: “Non siamo solo terra dei fuochi”. Ma anche “Non siamo solo camorra e criminalità” ha ottenuto un buon successo. Strappapost anche la dedica a Maradona, che ha fatto scatenare i non pochi tifosi partenopei. Su tutti Aurelio De Laurentiis (lui romano dè roma e napoletano di adozione presidenziale nonché produttore cinematografico) che ha colto l’occasione per l’ennesimo cinguettio e salire anche lui sul carro del vincitore.

ARRIVA L’OSCAR 3 (SORRENTINO VERGOGNA!). Se in tanti hanno esultato per l’Oscar, altrettanti hanno subito storto il naso. A cominciare dalle dediche. Nel mirino dei “criticisti” è finito Diego Armando Maradona. Vergogna!!! - ha gridato parte del popolo faisbucchiano – Dedicare un premio così importante a un ex cocainomane ma soprattutto evasore fiscale.  Ho anche trovato questo commento: “Che schifo, dedicare l’Oscar a un evasore multimilionario… E noi italiani che ci facciamo un culo così paghiamo le tasse?” (Vabbè…). E non poteva mancare il testadimichia Salvini a salire sul carro dei “dagli all’evasore”.

ARRIVA L’OSCAR 4 (BERLUSCONI VERGOGNA!). Una minoranza (di sicuro comunista) ha anche indicato in Berlusconi il principale artefice di questa vittoria (e che, proprio per questo, da considerarsi fasulla). Sembra incredibile, ma il fatto che il film fosse distribuito dalla Medusa, è stato visto come una manovra per riportare in auge il cavaliere (sì sì, avete capito bene, qualcuno ha realmente postato ciò) in un periodo in cui gli gira male… e con le europee alle porte. Ovviamente sul sito de Il Giornale è subito spuntato un articolo che esaltava la lungimiranza del Berlusca, domandandosi perché gli altri non parlassero dell’ennesimo successo del Cav.

ARRIVA L’OSCAR 5 (GIORNALI E MEDIA VERGOGNA!). Ho anche beccato qualche tizio (in realtà abbastanza) che criticavano media e giornali per aver aperto con la notizia dell’Oscar a La Grande Bellezza e avergli dato troppo spazio. Ma come – si è domandato qualcuno – Pompei cade a pezzi, Putin è pronto a scatenare la terza guerra mondiale e voi parlate degli Oscar. Per la serie. Non va mai bene nulla. Ma proprio nulla.

THE DAY AFTER (IL FILM VA SU CANALE 5). Martedì mattina è cominciato il countdown per la trasmissione del film su canale5 (rete del Berlusca). Vari i commenti. Di attesa (non vedo l’ora di vederlo) e di critica (Cav schifoso approfitta dell’Oscar per fare ancora più soldi).

THE FINAL BATTLE (L’EPICO SCONTRO TRA I CAPOLAVORISTI E GLI SCHIFATISTI). Questa è stata la parte più entusiasmante (almeno a parere mio). Sono bastati pochi minuti di film per scatenare l’inferno. Tantissimi hanno cominciato a criticare. Si andava da “che schifo di film” a “ma come ha fatto a vincere l’Oscar?”. La Grande Bellezza è stata il fatto che molti che il giorno prima avevano esultato (a suon di complimenti ed entusiastici giudizi) ora criticavano a suon di “ma che brutto” il film di Sorrentino. Robe del genere succedono solo in Italia. Prontamente è partita la difesa dei capolavoristi che accusavano: “Potete vedervi solo Il Grande Fratello e la De Filippi”, “Non capite un cazzo, questo è un grande film” etc. etc (anche se quello che mi è piaciuto di più è stato: “Il film fa schifo. E’ malinconico e noiosissimo. Mi è bastato vederne poche battute… io la trama l'ho colta subito e sinceramente nn mi interessa la realtà felliniana ma la realtà "vera" – what?- cito testualmente). In molti casi si è arrivati all’insulto. Tra i capolavoristi  merita un approfondimento la figura del “bastian contrario”, quello che il film non l’ha capito (e a cui forse il film non è neppure piaciuto) ma che per spirito di contraddizione (la massa su feisbùk ha fortemente criticato La Grande Bellezza) ha difeso a spada tratta il film di Sorrentino, cogliendone significati reconditi e nascosti (robe del tipo “ti fa capire che chi muore resta sempre vivo in qualcuno”) pur di cavalcare l’onda del contrapposizionismo estremo . Chiudo con una citazione in merito all’argomento (rubata per gentile concessione al turco napoletano Antonio Piccolo che a sua volta l’ha presa a Gianfranco Manfredi): “Gli Oscar si danno ai film e non al nostro personale giudizio sui film. Se danno l'Oscar a un film che ti è piaciuto, non l'hanno dato a te. E se viceversa danno l'Oscar a un film che non ti è piaciuto non ti hanno necessariamente dato del cretino. Tu non sei preso in considerazione dalla giuria, FATTENE UNA RAGIONE”(Gianfranco Manfredi)

Cosa penso io del film? In tutta onestà… I would keyyourass (Te chiavass)


sabato 22 febbraio 2014

La nostra è una Repubblica Parlamentare (ovvero, lo Stato siamo noi)



Quella italiana è una Repubblica Parlamentare. Sovrano è il popolo che elegge i suoi rappresentanti in Parlamento. Fino alla prima metà degli anni ‘90 le varie maggioranze che sostenevano il governo erano SEMPRE frutto di accordi politici (qualcuno per caso ricorda il "pentapartito" o più indietro il "compromesso storico") successivi alle elezioni. Si votava il partito e in base ai numeri, chi vinceva le elezioni aveva il compito di formare il governo accordandosi con gli altri partiti (ovviamente se hai il 50%+1 puoi anche governare da solo). Una legislatura durava spesso un quinquennio,  assai di frequente si alternavano governi e presidenti del consiglio (ricordate gli andreotti bis, tris etc etc). Le cose, nel bene o nel male, andavano così... Il problema nasce quando si è voluto dare ad una repubblica parlamentare una parvenza esteriore da repubblica "presidenziale" (con l'indicazione prima delle elezioni del nome del presidente del consiglio che però non ha pieni poteri perché l'ultima parola spetta sempre e solo al parlamento) divenendo (attenzione però, sempre e solo a parole) uno strano e particolare ibrido (non siamo per intenderci ne carne ne pesce). Molti ragionando di pancia più che di testa, spesso dimenticano che l'Italia resta una REPUBBLICA PARLAMENTARE... e in una repubblica parlamentare è normale che se ci sono i numeri per dare vita a un governo lo si fa (cit.)...
Il problema è un altro secondo me. Il parlamento rispecchia, per linee generali, la volontà popolare. Il popolo si identifica con personaggi senza etica e morale, che pensano quasi esclusivamente al proprio personale tornaconto e che spesso non hanno capacità e competenze necessarie per amministrare la res pubblica e SCEGLIE (votando, vedi il video... io quello lo voto ché è un paraculo) di farsi rappresentare da suddetti personaggi in parlamento. La colpa di tutto questo è solo nostra, di noi cittadini italiani... perché la bellezza della democrazia è che lo STATO SIAMO NOI…


mercoledì 19 febbraio 2014

Se il Brasile incontra il Giappone... ecco a voi la Temakeria

Se metti insieme la cucina giapponese e quella brasiliana cosa ne vien fuori? Semplice... il Temaki. L’ultima tendenza vuole infatti che il “classico” cono d’alga ripieno di riso e pesce venga gustato con tutta una serie di varianti, il più esotico possibile, purché originarie del brasile. Dove trovare questa prelibatezza? Anche qui la domanda è superflua: nelle Temakerie. Come sempre il tutto ha avuto inizio negli Stati Uniti con la catena di locali cool Sushi Samba che, prima, è sbarcata nel vecchio continente (ha aperto un locale anche a Londra, e pare sia quasi impossibile trovare posto). La diffusione in Europa sta avvenendo a macchia d’olio, e le Temakerie sono sbarcate anche in Italia. Dove? Ma che domande... A Milano, ovvio. Per ora sono soltanto due i locali di cucina nippo-brasiliana, ma almeno un altro paio stanno per aprire i battenti. Finger’s è stato il primo ad apparire nel capoluogo milanese e il successo è stato immediato, diventando in pochissimo tempo uno dei locali più gettonati. Visto il successo immediato è stato subito seguito da Temakinho. Ma, di preciso, cos’è una “temakeria”? Si tratta di un ristorante che unisce la tradizione culinaria giapponese e quella brasiliana (non ci credereste mai, ma in Brasile c’è il nucleo piú importante di giapponesi naturalizzati all’estero, oltre un milione e mezzo). Nel paese sudamericano infatti il sushi e la cucina giapponese hanno avuto negli ultimi anni un impatto “devastante”, conquistando il gusto dei brasiliani. Il temaki è diventato uno dei cibi più richiesti e diffusi, e ovviamente ha subito delle contaminazione con la cucina locale (infinite le varianti con ingredienti tipici del Brasile). L’alga nori, al riso e al pesce fresco si sono fusi con frutta, verdura, salse (piccanti e non) e tanti ingredienti tipici del paese verdeoro. Visto l’incredibile successo, in poco tempo sono nate migliaia di temakerie. Da lì agli Stati Uniti e poi all’Europa il passo è stato breve. E adesso tocca anche all’Italia.
(un mio articolo uscito sul settimanale on line MynapoliWeek)

Impazzano gli all you can eat: come abbuffarsi in tempi di crisi

Pancia piena, cuore felice e tasche... un po’ meno vacanti. Spopolano i menù all you can eat (tradotto letteralmente in tutto ciò che riesci a mangiare), ovvero la possibilità di mangiare, a un menù fisso (il prezzo di solito non va oltre i 20 euro), tutto quello che si riesce. La “moda” è partita dal Giappone dove i sushi restaurant qualche tempo fa hanno lanciato l’idea, seguita da Usa ed Europa, tanto che oggi in ogni città italiana è quasi impossibile non trovare un locale sushi che non comprenda questo particolare tipo di proposta. Anche se è negli Stati Uniti che l’all you can eat è diventato parte delle abitudini alimentari di tantissimi americani. Per fare un esempio, al Dodger Stadium, stadio di baseball di Los Angeles, esiste uno specifico settore per gli appassionati del genere: l’All you can eat pavillion. Con il biglietto per questo settore sono compresi hot dog, bevande, panini e patatine fritte. Tutto no limits.
Anche in Italia la formula all you can eat è arrivata con il dilagare di sushi bar e ristoranti giapponesi, ma è bastato poco che anche altri tipi di locali si “adattassero” alla tendenza. E anche a Napoli sono davvero tante le proposte “no limits”. Tante le pizzerie che a cifre contenute offrono la formula “pizza non stop”, mentre più di un pub si cimenta con gli all you can eat menù di panini. Ultimamente non è raro trovare steak house che propongono grigliate senza fine, e qualche ristorante ha provato con la pasta. E, sempre sulla scia degli Stati Uniti, molti pongono come unica condizione dell’all you can eat (a parte il costo) l’obbligo di non lasciare nulla nel piatto, lanciando così una sorta di sfida al cliente. A prescindere dal cibo e da come questo tipo di menù viene proposto, si tratta senza dubbio un nuovo modo di proporre cibo ai tempi della crisi: costi abbastanza contenuti per il cliente (che alla fine è pure soddisfatto), locale quasi sempre pieno per il ristoratore.

(un mio articolo uscito sul settimanale on line MynapoliWeek)